Finestra sulla brousse

Finestra

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Silenzio. Quand’è l’ultima volta che ho sentito un silenzio così forte? La stanza è piccola ed ha le porte azzurre. Io mi sdraio sul letto sotto la zanzariera arrotolata e guardo fuori. Dalla finestra entra luce gialla come i manghi maturi, e dietro la luce solo il verde marrone della vegetazione. A perdita d’occhio. Siamo nella brousse, a un’ora e mezza da Bamako.
Alberi secchi, manghi carichi di frutti, terra coperta da sterpi, terra fino alle basse colline, un laghetto quasi prosciugato. E’ la stagione calda. Dalla finestra entra il canto di un uccello. Poi il crepitio di rami secchi che cedono sotto i passi di qualcuno. Poi un TOC sulla lamiera del tetto. TOC TOC – TOC. Una goccia alla volta, come per annunciarsi gentilmente, inizia la pioggia. Non ci si accorge neppure che le nuvole hanno coperto la luce gialla del sole. La pioggia scroscia ma io, dal mio letto, non la vedo. Sento solo l’odore dell’acqua.
Qualcuno si è domandato se un albero che cada nelle foresta, senza nessuno che lo ascolti, faccia comunque rumore. Io dalla mia stanza nella brousse mi domando se il canto, il rumore di rami spezzati, il TOC della pioggia provenissero davvero da un uccello, un uomo e una goccia d’acqua. O se fossero solo e semplicemente dei rumori. Prodotti da fantasmi. E se i fantasmi ci sono, piccoli Jinn afrcani della brousse, saranno verdi e avranno il profumo pungente dell’incenso. La pioggia rimane per accompagnarmi nel sonno. Dalla finestra non entra più calda luce, ma rumore di gocce, profumo d’acqua, fresco.

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O grande qualcuno che stai nei cieli

I viaggi inducono a pensare, al di là della destinazione. E quindi, visto che mi ritengo in viaggio anche se assolutamente ferma, sto pensando. L’Africa ispira bisogna dire. Anche se probabilmente ci si aspetta che ispiri pensieri sulla mondializzazione, colonializzazione economica, povertà cronica, crimini della banca mondiale, velocità del deperimento della frutta nei climi tropicali. Anche. Io però oggi rifletto di possibilità. Penso che chissà, forse in qualche momento della mia vita sarei potuta diventare vasaia. Mi piacerebbe impastare l’argilla per farne scodelle e brocche. Magari posso contare ancora nella reincarnazione e fare la vasaia nella prossima vita. Oppure Giovanni, chissà se esiste una realtà possibile dove è davvero restato in Sicilia a imparare a potare gli ulivi. Chissà chissà. Sento che davanti a me c’è tutta la libertà delle scelte che ancora non ho fatto. Ma sento anche che fra non molto dovrò farle e con esse dovrò scartare anche tutte le possibili me che potrei diventare. Per tenerne buona una sola. Di tutte le Joel che sento di essere potenzialmente quale mi resterà? Si pensano troppe cose qui per ricordarle tutte. Le mattine sono lunghe anche se ci si sveglia tardi. Ti fai la doccia e siedi al tavolo rotondo della cucina. Il ventilatore raffredda i capelli bagnati mentre bevi del latte importato dalla Francia. Ho bandito tutti i latticini quindi concedetemi almeno il latte coi biscotti. C’è silenzio ma senti la città reclamare attenzione. Ogni tanto qualche parola in bambarà, il canto del muezzin, un odore forte. E allora pensi alle tue possibilità e a quante ne hai perse. Inevitabile, come il fatto che mangiare sempre attieké fa venire la cagarella. Ma adesso è sera, venerdi sera e le voci amplificate dai microfoni nelle festicciole per la strada impediscono di continuare sugli stessi pensieri. Quelle sono riflessioni da capelli bagnati e latte coi biscotti. Adesso siamo al thé. I pensieri del thé sono quelli della giornata vissuta. Mi viene in mente la signora che frigge le allocò che oggi era così contenta di vederci; Lassì che mi si aggrappa alla maglietta sempre più forte, come se dovessi svanire in fumo da un momento all’altro; il vecchio sul sotramà che mi sorrideva coi denti gialli, senza dire niente; la ragazza in carrozzina alla pouponnière, che non so come si chiama, che sta sempre da sola perchè è handicappata e nessuno le dà retta e lei sta buona buona senza farsi notare, che oggi le ho preso le mani e lei si è come risvegliata e ha cominciato a ridere e dire Comacié che non so che vuol dire; Léo che non riesce né a camminare né a parlare ma che tira la sua pallina con precisione millimetrica; i signori che ci hanno convinto a comprare le frittelle di fagioli che però non ci piacciono.
Domani andiamo nella brousse a trovare un prete italiano. Ci toccherà fingerci cattolici -non praticanti. E magari chiederà a Gio di dire la preghiera prima di mangiare…. O grande qualcuno che stai nei cieli, o forse da qualche altra parte, o forse da nessuna parte. Benedici il nostro pranzo, e anche noi per favore e fai che tra tutto questo buon cibo non ci sia nulla che ci fa tornare la cagarella. Amen.

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La nostra casa

Nella nostra cucina vivono 4 ragni. Due hanno fatto amicizia e stanno vicini nell’angolo sopra il frigo, mentre il terzo ha scelto la lunga lampada al neon. Solo uno però può vantare una tela fatta come si deve, che si allarga a vela sotto il soffitto e cattura molte mosche e zanzare. I ragni vivono anche nel bagno e nella camera da letto. Nessun motivo per scacciarli visto che abbiamo un nemico in comune: le zanzare. Le zanzare riescono ad entrare in casa anche con le zanzariere, in qualche modo. Qui però, oltre ai ragni, trovano i gechi che le aspettano.
Intorno alla nostra casa girano molti altri animali, tra cui soprattutto grossi lucertoloni con la testa arancione e uccellini minuscoli tutti rossi. Le galline e i tacchini invece, abituati a scorrazzare davanti alla nostra porta per mangiare i piccoli frutti che cadono da un grande albero, da qualche giorno non si vedono più. Avranno deciso di mangiare i manghi che ora cadono maturi davanti al pollaio? Chissà.
Se si guarda dalle finestre della nostra cucina ci si accorge che tutto è del colore della terra. E qui la terra è ocra. Più che terra è sabbia e sulle strade non asfaltate si raccoglie formando piccole spiagge senza mare, e camminare diventa faticoso. Dunque la nostra casa è color terra, così come l’edificio in cui dormono le suore, il muretto che ci separa dal cortile della chiesa e tutto nel piccolo giardino davanti alla cucina. Anche gli alberi sono ocra. Il tronco sottile esce da una terra che sembra sterile e si allunga spoglio come un pezzo di legno morto. Poi nasce una pioggia di foglie verdissime che sembrano stare attaccate a quei rami secchi come per miracolo. Verrebbe quasi da pensare che un giorno il vento ha portato qui queste foglie da chissà dove, le quali sono rimaste impigliate agli alberi color terra dandogli una parvenza di vita. Il verde delle foglie è l’unico colore che spezzi l’ocra della sabbia. E così è Bamako, verde e arancione.
Se si sale la scala della nostra torretta, della quale occupiamo il piano terra, si può vedere la città dall’alto. Per un secondo ci si chiede dove stia la città, finchè l’occhio non arriva a distinguere le piccole case ammassate fino al limite delle colline. Il fiume non si vede da qui. Tutta l’aria è impregnata di sabbia e impedisce di vedere troppo lontano. Bamako è anche sabbia. La sabbia è la sua anima, la matrice da cui è nata. E non puoi fare a meno di respirare sabbia e di esserne ricoperto quando torni a casa la sera. I pavimenti della casa si ricoprono di uno strato arancione che scricchiola sotto le scarpe e lo rende scivoloso. Neppure per un secondo puoi dimenticare dove sei, perchè Bamako entra dalla finestra, col vento.

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le cose che metto nel sacchetto

Di solito nella vita si passa molto tempo a pensare a cosa ci servirebbe, e a cercare di ottenerlo. Questo blog invece inizia con un pensiero a tutte le cose che ho. E’ sempre così quando si parte, si sta immobili sul punto di partenza per qualche giorno e si osserva tutto quello che tra poco metteremo da parte per un po’. Viaggiare è mettere delle cose da parte, chiuderle in un sacchetto carino, al riparo da luce del sole ed umidità (come si fa con tutte le cose di valore) e infilarle in tasca per portarsele dietro. E quindi è normale che, nel mettere tutte le cose nel sacchetto, ci si ferma a guardarle una per una, si pensa ai momenti significativi, ci si accorge del valore che hanno. E’ una cosa bella e importante da fare, ma dà tristezza. E tanto più se questo momento che sta in bilico sulla partenza sta anche in bilico tra un anno e un altro. Io sto per fare un viaggio lunghissimo (sia per durata che per destinazione) e tutti intorno a me sono presi dalla mania di ricordare tutte le cose fatte nell’anno che è appena finito, tutte le persone incontrate e le cose che sono successe. Insomma, una revisione generale. E così è normale che prenda la tristezza e venga da chiedersi se tutte queste cose che mettiamo nel sacchetto le abbiamo trattate abbastanza bene, o se invece non si siano sentite trascurate. Lasciando da parte le metafore -che fanno un po’ antipatia a tutti, me compresa- voglio far cominciare questo blog con una terribile banalità. E chissenefrega. Le banalità le dicono tutti continuamente, non le posso dire io? E allora voglio cominciare dicendo che sulla soglia della partenza divento sempre triste pensando alle persone che non vedrò per tutto il tempo del viaggio, e che le abbraccio tanto, e che prima di salire sull’aereo penserò a tutte loro -insieme ad una preghierina al Flying Spaghetti Monster che non faccia cascare l’aereo.

Ci vediamo in Mali.

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